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Giadascript

Web, Marketing, Analytics e un po’ di me

Durante le ferie natalizie mi sono dedicata a rispolverare i vari account social a cui sono iscritta.

Avevo collegato Friendfeed con Facebook, Twitter, il mio blog, LinkedIn e Youtube, in più avevo fatto qualche altro collegamento diretto tra Facebook e altri n Social Media. Il risultato è stato disastroso. Non riuscivo più a capire dove si sarebbero propagate le informazioni inviate tramite un social media.

Alla fine, quando uno dei miei video preferiti è finito su Twitter senza che me ne accorgessi (niente di compromettente, ma stupido), ho deciso di “scollegare” tutto.

Per me ci sono vari livelli di privacy e condivisione delle informazioni: privato, personale, pubblico, professionale.

Così ho deciso di utilizzare i vari social media in modo selettivo:

  • Youtube: privato. Lo uso per inserire alcuni video tra i preferiti e riguardarmeli da sola o in compagnia in seguito. Qualche volta decido di inviare una notifica verso gli altri Social Media, ma solo scegliendoli manualmente a seconda del video.
  • Facebook: il mio profilo personale parla di me e della mia vita. Preferibilmente lo uso per mantenere i contatti con amici e conoscenti. Quando capita di avere qualche contatto di tipo “lavorativo” lo inserisco in una lista con permessi limitati: mica posso far leggere a tutti certe scemenze che faccio e che scrivo!
  • Twitter/FriendFeed:  tutto quello che pubblichi su Twitter è pubblico (che bel gioco di parole), quindi evito di utilizzarlo per dare comunicazioni personali. Avrei piacere di seguire alcune persone che lavorano nel mio campo, ma non posso sopportare tonnellate di tweet al giorno dalla stessa persona, specie se i messaggi sono personali e somigliano ad una chat a “cielo aperto”. Lo uso per scambiare opinioni o dare consigli su argomenti più o meno attinenti al mio ambito (Web, Marketing, Analytics, Comunicazione, Software).
  • Blog: è pubblico quanto Twitter. Naturalmente dal blog si capisce molto più di me e a volte non disdegno di inserire informazioni più personali, ad esempio i miei gusti musicali, le mie letture o gli hobby. Tutto però senza far troppi riferimenti alla mia vita privata.
  • Linkedin: poche comunicazioni impersonali che riguardano esclusivamente argomenti attinenti alla mia professione (qualsiasi essa sia). Non chiedo raccomandazioni, non ne faccio a chi me le chiede e non faccio scambio figurine.

Come gestire tutti gli account social senza perfere troppo tempo?

Le informazioni di tipo professionale le pubblico sia su Linkedin, sia su Twitter/FriendFeed e a volte su Facebook. Per velocizzare il tutto ho installato il client Digsby che mi permette di aggiornare il mio status globale (su FB, IN e FB) in pochi secondi e mi permette di unire i vari IM account. Ultimamente ho anche creato un account su Hootsuite (su suggerimento di Michela Simoncini) che mi permette di gestire più account allo stesso tempo per ogni Social Network (ad esempio quello aziendale).

Insomma, l’inizio dell’anno è stato dedicato alla mia identità Social. Ora sarà meglio uscire di casa e prendere un po’ d’aria :)

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crisi opportunità ideogamma cinese

Dopo la lettura di un post di Giorgio Soffiato sul tema (pubblicato su Marketing Arena) colgo l’occasione per condividere parte della mia riflessione sull’argomento.

Il discorso sarebbe molto lungo (e prossimamente capirete quanto :) ) e con questo post mi limito a rispondere all’articolo di Giorgio e ad aggiungere qualche riflessione personale.

Una frase in particolare mi ha suscitato la riflessione:

Sempre più spesso il contenuto è pensato per il Motore di Ricerca e non per l’utente e non è sempre cosi vero che le esigenze coincidono

Dovremmo tenere conto che i Motori di Ricerca (Google in primis, ovvio) hanno fatto dei grandi passi avanti nei metodi di valutazione dell’attendibilità di una fonte, della qualità dei contenuti e dell’interesse che un certo argomento suscita.
Quindi, per me, è vero il contrario: l’evoluzione dei MDR impone che per avere visibilità, i contenuti debbano rispondere a degli standard qualitativi democraticamente condivisi. Che poi la gente sia più interessata al Grande Fratello rispetto all’Opera, è un altro discorso.

Gli artisti e tutti quelli che hanno fatto cose “di qualità” sono sempre stati poveri e disgraziati. Perché per l’editoria (in particolare per il giornalismo) il discorso dovrebbe essere diverso?
La Feltrinelli in vetrina cosa mette? Il libro Best Seller o il saggio dell’esimio professor tal de tali? La moltiplicazione dei quotidiani locali a scapito di quelli nazionali è un fenomeno recente o da quando stampare costa meno è sempre esistito?

La qualità esiste, è sempre esistita e continuerà a esistere, ma bisogna essere disposti a sacrificarsi per produrla e a pagare caro per goderne :)

Che dire invece della visibilità che nuovi artisti, scrittori e professionisti possono ottenere gratuitamente tramite il passaparola amplificato del Web? Il caso Lily Allen insegna: la cantante è stata prodotta da una casa discografica dopo che i suoi pezzi hanno girato sul Web rendendola una star mondiale in anticipo. Forse non è musica di qualità? Chi lo decide?

Va tanto di moda dirlo, ma mi rendo sempre più conto che i cinesi sono il popolo che interpreta meglio il termine “crisi”…sulla democrazia meglio lasciar perdere però!

P.S. l’articolo di Giorgio l’ho scoperto sul gruppo Facebook “Search Engine Marketing italy“.

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La raccolta di fondi per associazioni e iniziative sociali è spesso campo di sperimentazione di nuove idee in campo marketing.

Oggi ho scoperto che il WWF sta raccogliendo fondi attraverso Pet Society, un social game in flash sviluppato da Playfish e distribuito gratuitamente come applicazione su vari social network tra cui Facebook. Nel gioco ognuno può creare un proprio alter-ego in forma di animaletto colorato, arredare la propria casa e partecipare ad una serie di mini-giochi e attività sociali per guadagnare soldi e popolarità.

All’interno del proprio quartiere ci sono vari negozi e per acquistare in uno di questi in particolare, è richiesto il versamento di denaro reale per la conversione in “Playfish cash”. All’interno di questo negozietto è stato predisposto uno stand per la vendita di oggetti firmati WWF. L’acquisto di ognuno di questi oggetti prevede il versamento del 10% del prezzo all’associazione ambientalista.

Trovo che l’idea sia molto originale e carina, anche perché molte persone investono grosse cifre in questo tipo di social game e l’idea di poter mostrare la propria generosità agli amici è propria di molte persone avvezze agli strumenti social – non ultimi quelli che pur di “farsi leggere” scrivono messaggi strappalacrime ad ogni avvenimento di grande risonanza nazionale o mondiale (ma questo è un altro discorso).

E per chi me lo stesse per chiedere: sì gioco con Pet Society e non me ne vergogno…o forse un po’ sì :D

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Eric T.Peterson

Da grande vorrei essere come Peterson!

Grande evangelist della Web Analytics, grande oratore ed enorme uomo (nel senso che è proprio un armadio, ma qui mi accontenterei di rimanere un terzo di lui).

E magari vorrei rinascere negli USA, per osservare quelle grandi aziende che hanno fatto dell’analytics il segreto del loro successo (non solo sul Web).

Peterson non ha detto niente di particolarmente nuovo o rivoluzionario, ma il modo in cui l’ha detto è stato entusiasmante, anche per gli addetti ai lavori.

Concordo pienamente con il suo pensiero: per diventare “web analyst” non servono lauree e titoli, ma passione, dedizione e ottime doti comunicative (e penso che valga un po’ per tutti i mestieri).

Puoi essere la persona più in gamba al mondo, ma se al tuo capo non sai portare e presentare un suggerimento, il tuo lavoro di analista non avrà alcun senso! Abbasso i dati!

Un’analisi fatta con cognizione di causa evidenzia una serie opportunità che possono generare una vera svolta per la propria azienda.

Attendiamo con fiducia e con un po’ di timore l’epoca SAS (verso la quale l’azienda per cui lavoro si è già avviata), nel frattempo: think different, think analytics!

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Non so in quanti la utilizzino realmente, ma ogni volta che si parla di geolocalizzazione, gli occhi del titolare o del marketing manager brillano come quelli di un bambino di fronte ad una vetrina di dolciumi!

Purtroppo la geolocalizzazione degli IP in Italia è un problema, soprattutto perché molti non ne sono al corrente.

In Italia abbiamo un paio di grandi problemi: Fastweb, che per la sua architettura esce da pochi punti collocati in grandi città (in questo momento ip2location mi colloca a Roma, di solito sembro un milanese), e Tele2 che di norma assegna alle ADSL italiane ip geolocalizzati in Svezia.

da: Google Analytics in 30 secondi di Marco Cilia

In fase di Web Analysis, consiglio sempre quello di riferirsi ai dati aggregati per regione (su ConversionLab è stato introdotto questo livello di analisi), ma per gli investimenti in keyword advertising?

Una volta ho visto una campagna di keyword advertising localizzata sulla città di Roma..i risultati erano pessimi.

Le piccole aziende che investono in PPC o Web Analytics, spesso ignorano tutto ciò e anche le grandi non sono da meno. Non oso immaginare lo spreco di budget e la delusione che ne consegue.

Quando si parla di investimenti di marketing, il “fai da te” può avere delle conseguenze molto negative e alla fine il risparmio è azzerato da piccoli grandi errori.

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Reclam scuola di balloStamani ho ricevuto uno splendido allegato nella mia casella di posta: delle slide che contengono fotografie di reclam offline molto originali e divertenti.

Personalmente conoscevo soltanto l’ultima; divertente ma sconcertante.

La mia preferita è la prima! Originale, elegante e discreta (tra l’altro ha abbellito il palo).

Scarica slide Reclam originali

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Casinò di VeneziaE’ da un po’ che l’articolo è uscito sulla rivista MC, ma sfogliando di nuovo un vecchio numero, mi sono soffermata per l’ennesima volta sulla pubblicità del Casinò di Venezia.

Sarà una notizia vecchia e trita, ma a me quel tappeto dei bagagli, con i numeri e i colori della roulette, fa uscire di testa! Genialità di AdmCom, di cui non apprezzo l’attuale creatività autopromozionale…brrr!

Immaginando la sorpresa dei passeggeri all’areoporto, penso che sia un ottimo modo di presentarsi ai turisti.

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AdsenesQuella che ritengo una mia deformazione professionale, sembra essere molto diffusa anche tra i colleghi sviluppatori: il click sugli annunci pubblicitari – banner o testuali – è attività bandita e deprecata.

Più che dei risultati sponsorizzati sui Motori di Ricerca, parlo degli annunci che compaiono sui siti personali e sui portali editoriali. Quando veno un AdSense o un banner – e il più delle volte è come se fossero invisibili al mio occhio – penso: “Non guadagnerete con il mio clic!”.

Riconosco di far parte della schiera di persone che cercano di trarre profitto dalla pubblicazione di annunci a pagamento in modalità Pay Per Click, ma una domanda mi sorge spontanea: un sito dedicato al Web Marketing, quali ritorni ha dagli annunci esposti?

Volendo guadagnare con questa modalità di pagamento, forse è meglio scrivere contenuti dedicati alla casalinga di Voghera?

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Da un po’ di tempo mi è sorta una riflessione. È corretto valutare i risultati di una campagna di marketing in base al CPA (Cost per Action/Acquisition)?

Abbiamo investito tot e abbiamo ottenuto n conversioni e spesso capita che le campagne con il CPA più alto, e non di poco, siano quelle di display advertising.

Apriamo la piattaforma di Web Analytics e leggiamo i dati negativi delle conversioni e del relativo CPA. Qualcuno se ne disinteressa, qualcuno si morde le mani giurando di non fare più lo stesso errore e il marketing manager tira fuori il proprio curriculum dal cassetto e comincia a inviarlo a destra e a manca.

Ma siamo proprio sicuri di aver analizzato attentamente la situazione e che i ritorni della nostra campagna ci siano stati ma non siano evidenti?

  • Non è che la prima provenienza dei visitatori che hanno fatto delle conversioni era proprio la nostra campagna display adv?
  • Sarà che il nostro trend degli accessi diretti è stato turbato da una aumento significativo di accessi e conversioni?
  • C’è stato uno strano aumento di accessi da Motori di Ricerca per keyword brand o legate ai termini presenti nei banner?

I dati devono essere studiati, analizzati e interpretati, ma ho l’impressione che questo non succeda molto spesso.

Sono quindi dell’opinione che la Web Analytics non sia semplice. Esistono dei software che offrono dati più o meno facili e veloci da aggregare e da leggere, ma non esistono software che possano interpretarli al posto nostro.

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